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Continuando.

Tenendovi strettamente sulla destra e proseguendo a passo lento ma deciso, potreste incappare in un edificio dalle cupe pareti. Ivi sorgeva un dì un convento, a testimonianza del quale è rimasta solo un’immagine ritraente un’improbabile monaca a sentinella delle umane vergogne. Ingannevole è l’aspetto. Fatta un’anima e coraggio e varcato il portone d’ingresso, vi troverete innanzi ad un grande prato verde dove nascono speranze che si chiamano ominidi di varia umanità. Lunga è la foglia ma, oltrepassata quella, potreste distinguere chiaramente la sagoma di un uomo. Strane le vesti che quest’uomo indossa. Sembrerebbero di ciceroniana provenienza. Ottimo. Egli saprà raccontarvi di nuovi e vecchi eroi, dai più più, a quelli che meno si ricordano, per mancanza od ignoranza. Poco più in là, ma poco, una coppia di giovani. Lei appare gaia, lui, più uomo, appare serioso in volto e  leggero in occhio. Dal loro terrazzino, un defilippiano angoletto p’ ‘o cafè, quando il sole è tale alto da illuminare nitidamente tutto, potreste essere accecati dal rosa fresco di una casuccia dai rotondi tetti. Seppur l’aspetto suggerisce un’abitante infante, ivi non v’è infante alcuno. Ma v’è una donna. Essa saprà farvi sorridere sempre, per tutto il tempo che ivi soggiornerete.  Di poco lontano, ma abbastanza, sorge uno studiolo elegante e fiero quanto è fiero il di lui abitante, cervello attivo per quanto pigro sia il di lui proprietario. Esso v’indirizzerà verso la professione che inconsciamente sempre avete brahamato. Al di lui studiolo consegue un di lei studiolo. Lei, capelli ‘a pazza e musica nei timpani, potrà raccontarvi di inumani esperimenti e gocce di sangue, ma accompagnerà questo sgomento con l’unica musica che meglio spiega le parole. Nell’appartamento accanto due donne. Che siano madre e figlia? No, sorelle forse? O semplicemente compagne di viaggio? Si… devono essersi incontrate in uno di quei viaggi che sembra DOVER essere l’ultimo, per quanto di te gli hai concesso. L’appartamento è unico, ma le donne occupano due stanze diverse. In una, poco luminosa per quanto è l'arancione che l’avvolge, potreste soggiornarvi per ore tanta la spensieratezza che v’assale, se sarete ben disposti. Nell’altra, brillante di un blu cielo, potreste restare incantati per ore, storditi dal suono che proviene da nota alcuna, bensì ,da parole abilmente messe in rima, la rima che schiocca e al cuore rintocca.

Siamo all’uscita. Ovvio che da qui non si esce come da qualunque altro posto. Difatti, davanti al cancello, quel cancello alto e nero che lascia fuori il mondo, quello cupo, fumoso; quello spazio che sembra infinito tant’è bugiardo, davanti a quel cancello, dicevo, vi aspetta un giovane. Cappello a punte e punte culminanti in sonagli. Egli ruberà solo 40 righe al vostro tempo (nessuno se la prenda a male se costui concluderà il saluto con un sonoro peto). Dopodiché, varcato che avrete il portone, tutto ciò che avrete visto fino a quel momento vi sembrerà solo di averlo letto in un post o due.

 

Domani vò via per un po’. Vi lascio cotanti omaggi ed una musica che saprà dirvi ciò che io non potrò.

            


        

Pubblicato il 5/10/2007 alle 19.15 nella rubrica Sociologia da Coiffeur.

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